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La grande occasione cinematografica arriva nel 2008 mentre è in scena al Teatro Libero di Rebibbia
con “Dalla città dolente”.

E’ così  che insieme alla sua compagnia viene scoperto dai fratelli Antonio e Vittorio Taviani e invitato
a girare il docu-drama "Cesare deve Morire". 

 

CESARE DEVE MORIRE

Cesare deve morire

Nazione: Italia

Anno: 2012

Genere: Documentario

Durata: 76'

Regia: Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Sito ufficiale: www.sacherdistribuzione.it/cesare_deve_morire.html

 

Cast:              

Cosimo Rega  (Cassio)

Salvatore Striano (Bruto)

Giovanni Arcuri (Cesare)

Antonio Frasca (Marcantonio)

Produzione:

Kaos Cinematografica, Rai Cinema

Distribuzione:

Sacher Distribuzione

Data di uscita: Berlino 2012 - 02 Marzo 2012 (cinema)                                

TRAMA

Teatro del carcere di Rebibbia, la rappresentazione di “Giulio Cesare” di Shakespeare è appena finita. Le luci si abbassano, gli attori tornano carcerati. 
Sei mesi prima il direttore del carcere e il regista teatrale interno spiegano ai detenuti il nuovo progetto: Giulio Cesare. Si susseguono: i provini e l’incontro col testo. I detenuti-attori iniziano ad immedesimarsi nei personaggi, aiutati anche dalla possibilità di recitare nel proprio dialetto d’origine.
Il percorso è lungo: ansie, speranze, voglia di fare. Sono i sentimenti che li accompagnano nelle loro notti in cella, dopo un giorno di prove. Le prove non sono facili, l’esasperazione carceraria viene fuori, arrivando allo scontro che mette in pericolo lo spettacolo. 
Arriva il giorno della prima. Giulio Cesare è finalmente in scena. Il pubblico è eterogeneo. La rappresentazione è un successo. Ma come ogni giorno, alla fine, i detenuti tornano nelle celle. 

"Cassio" (Cosimo Rega) è entrato in carcere da molti anni, ma stanotte la cella gli appare diversa, ostile. Resta immobile. Poi si volta, cerca l'occhio della macchina da presa. 
Ci dice: " da quando ho conosciuto l'arte questa cella è diventata una prigione".

 

Recensioni

Cosimo Rega, l'ergastolano candidato all'Oscar: ''L'arte ti dà la libertà''

La Repubblica – Lucia Ferrari- 26 settembre 2012

Da Angri a Hollywood, l'ex camorrista condannato all'ergastolo, protagonista del film "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani, Cosimo Rega alias 'Cassio', corre per la candidatura all'Oscar. "Lavorare con i Taviani è stata un esperienza incredibile", racconta Rega, "è stata dura all'inizio, non ci capivamo, ma alla fine delle riprese ci siamo abbracciati. E' mia la frase 'dopo aver conosciuto l'arte questa cella è diventata una prigione' perché l'arte ti dà la libertà e ti fa capire cosa sia la sofferenza"

Guarda l'intervista completa su Repubblica.it

 

L’avé comme vendetta

Dans «César doit mourir», les frères Taviani imbriquent Shakespeare et vie en prison. Un équilibre délicat.

Libèration – Bruno Icher- 16 octobre 2012

 

Combien de fois Jules César devra-t-il tomber sous les coups de poignard de Brutus et de ses amis ? La réponse apportée par les octogénaires et très en forme frères Taviani (Padre Padrone,palme d’or en 1977) coule de source : éternellement. Leur César est celui de la tragédie de Shakespeare interprétée par un groupe de prisonniers du quartier de haute sécurité de la prison de Rebibbia, dans la banlieue de Rome. Depuis plusieurs années, ils travaillent des textes classiques sous la houlette du metteur en scène Fabio Cavalli. A la fin de cet exercice de plusieurs mois, ils jouent la pièce dans le théâtre de la prison, devant famille et amis.

Farandole. Le film s’ouvre sur l’ultime réplique, quand Brutus, vaincu dans la plaine de Philippes, supplie ses camarades de lui donner la mort. Les derniers vers sont prononcés dans un silence de cathédrale, les lumières éclaboussent la scène sous un torrent d’applaudissements et les acteurs sautent de joie, envoyant des baisers dans la salle. Séquence suivante, chaque comédien retrouve sa cellule, sous l’œil sévère d’un maton.

Le film, tout en flash-back, a été tourné dans l’enceinte carcérale, mêlant répétitions et monotonie du quotidien, travail des comédiens et confessions des prisonniers, dans un enchevêtrement où tout semble peu à peu se correspondre. Et cela commence par un casting secouant où une farandole de tronches qui n’existent pas au cinéma défile face à la caméra, chaque taulard faisant preuve d’une assurance stupéfiante. Mention spéciale au fiévreux Brutus, Salvatore Striano, seul acteur du film à ne plus être prisonnier (il a été libéré en 2006) et à poursuivre une carrière de comédien.

A la clé du dispositif, un étrange vertige où il devient difficile de déterminer, au juste, ce qui relève du texte de Shakespeare et ce qui appartient à la mise en scène des Taviani, voire de l’improvisation de cette troupe très spéciale. Ainsi, quand un Marc Antoine au regard de glace et au visage poupin fait sa tirade devant le corps mutilé de César, il s’adresse à ces Romains «hommes d’honneur», mais aussi, et surtout, aux autres prisonniers qui lui font face par les fenêtres grillagées de leurs cellules.

Assassinat. Parfois, lors de répétitions en costumes, le théâtre emporte tout, comme dans la remarquable séquence de l’assassinat de César, dans les travées vétustes de la prison. Les gardiens fascinés les observent, oubliant même de siffler la fin de la promenade parce qu’ils veulent savoir comment cette affaire se termine.

Tenant jusqu’au bout cet équilibre délicat, les Taviani avancent ainsi aussi loin que possible dans l’étrange alchimie de ce petit monde qui affronte une réalité multiple, où chacun est acteur, auteur et public de son existence. En une phrase, Cosimo Rega, le prisonnier qui interprète Cassius, dit tout : «Depuis que j’ai découvert l’art, ma cellule est devenue une prison.»

 

Oscar, i fratelli Taviani candidati a miglior film con Cesare deve morire

Dopo aver conquistato l'Orso d'oro, il docu-film sul carcere di Rebibbia potrebbe entrare in nomination come Miglior film

Il Giornale - Chiara Sarra - 26 settembre 2012

Dopo aver vinto 5 David di Donatello e l'Orso d'oro a Berlino, Vittorio e Paolo Taviani vanno alla conquista del premio cinematografico più ambito. Il film "Cesare deve morire" è candidato per l'Italia agli Oscar. La pellicola è una docu-fiction girata nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia e ha come attori i detenuti, alcuni anche condannati all'ergastolo. Racconta della messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare: attraverso le prove, prende forza la grande tragedia, a metà tra vita reale e finzione. I fratelli Taviani vanno ora alla ricerca di una nomination storica: è dal 2006 che l’Italia non riesce ad entrare nella cinquina del miglior film straniero. "Siamo felici ed è solo l’inizio di un bel viaggio. C’è tanta strada da fare", hanno detto.

 

Paolo e Vittorio Taviani in corsa per l'Oscar
Film In «Cesare deve morire» i due fratelli dirigono carcerati-attori nell'opera shakespeariana

Il Tempo - Dina D'Isa – 27 settembre 2012

Siamo felici ed è solo l'inizio di un bel viaggio.

C'è tanta strada da fare. I film che concorrevano erano di autori importanti per il cinema e non solo italiano. Comunque, il gioco è appena cominciato». Con queste parole, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani hanno commentato la loro candidatura agli Oscar, nella sezione del miglior film straniero, dove rappresentano l'Italia. I due registi hanno ricevuto la notizia mentre stavano per decollare in aereo verso gli Usa, per partecipare al Festival di New York con la loro pellicola (l'unica italiana) «Cesare deve morire». Sembra che quanto ha deciso ieri la Commissione di Selezione, istituita presso l'Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) su incarico dell'Academy Award, sia stato pressoché unanime. Nella rosa dei dieci film candidati, solo su «Reality» di Garrone pare ci sia stata una discussione, ma alla fine i dubbi sono stati dissipati e tutti a favore dei Taviani. Per il presidente dell'Anica, Riccardo Tozzi, si tratta di «un bellissimo film che ripropone all'attenzione internazionale due eterni giovani protagonisti del nostro cinema. Ha un tema universale e allo stesso tempo nevralgico in un Paese, come il nostro, segnato da una incivile situazione carceraria». Dopo i grandi successi che ha ricevuto la pellicola, a partire dall'Orso d'oro a Berlino fino ai 7 David di Donatello e al Nastro d'argento, come se non bastasse, «Cesare deve morire» è stato quest'anno il film italiano più venduto all'estero e dal prossimo febbraio sarà distribuito anche negli Usa: «Un grande successo della Rai e della nostra Direzione Commerciale che ha venduto l'opera in ben 73 Paesi in tutto il mondo», ha sottolineato il vice direttore della Rai Gianfranco Comanducci. E per Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema (che ha coprodotto la pellicola con Grazia Volpi), «l'opera dei Taviani rientra nella linea di cinema civile e risponde appieno al nostro mandato di servizio pubblico». In «Cesare deve morire» spiccano degli attori-detenuti che con toccante intensità mettono in scena un classico di Shakespeare, a dimostrare quanto l'arte e la recitazione possano diventare strumenti di evoluzione esistenziale e spirituale persino dentro le mura del carcere di Rebibbia. «Spero che qualcuno tornando a casa dopo aver visto il nostro film - aveva detto Vittorio Taviani - pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, è e resta un uomo. E questo grazie alle parole sublimi di Shakespeare». Mentre il fratello Paolo aggiungeva l'omaggio ai cacerati-attori: «Voglio fare alcuni dei loro nomi, a loro va il nostro pensiero; mentre noi siamo qui tra le luci, loro sono nella solitudine delle loro celle. E, quindi, dico grazie a Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Francesco e Fabione». Ora la parola spetta all'Academy Award che deciderà il vincitore il 24 febbraio a Los Angeles, dove i nostri Taviani dovranno sfidare altri autori prestigiosi. Dall'austriaco Haneke (Amour) al belga Lafosse (A perdre la raison); dal francese campione d'incassi «Quasi amici» di Toledano e Nakache al tedesco «Barbara» di Christian Petzold. Senza tralasciare il romeno Mungiu (Beyond the Hills), lo svedese Hallströme (The Hypnotist), il danese Arcel (A Royal Affair), i norvegesi Sandberg e Rnning (Kon Tiki), il polacco Krzystek (80 Million), il portoghese Canjo (Sangue do meu Sangue), la svizzera Meyer (Sister) e Begic con «The children of Sarajevo» per la Bosnia-Herzegovina. Mentre la Spagna ancora non ha scelto il suo candidato.

 

I fratelli Taviani candidati all’Oscar per l’Italia

Il film “Cesare deve morire”, già Orso d’oro a Berlino, affronterà “Amour” di Haneke e “Quasi amici”

La Stampa -  26 settembre 2012

 

Al di là di ogni considerazione la scelta di far correre “Cesare deve morire” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani come candidato italiano per miglior film straniero agli Oscar ha buoni motivi. Tante le cose a suo favore: appettibilità da parte degli addetti ai lavori stranieri (basti pensare al solo Orso d’oro al Festival di Berlino e la partecipazione in questi giorni al Festival di New York come unico film italiano), C’è poi la curiosità di una compagine d’attori-detenuti e, infine, la messa in scena di un conosciutissimo classico del mondo anglo-sassone come è appunto quest’opera di Shakespeare. 

 

Intanto, secondo voci molto attendibili, sembra che quanto ha stabilito stamani la Commissione di Selezione - istituita presso l’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediale) su incarico dell’Academy Award - sia stato pressoché in totale unanimità da parte dei votanti. E che, tra i dieci film presenti nella rosa dei candidati, solo su `Reality´ di Matteo Garrone si sia accesa almeno la discussione. 

 

”Cesare deve morire” però, va detto, entra in una competizione da considerare più che temibile. Basti pensare ad “Amour” di Michael Haneke (Palma d’oro a Cannes 2012); al francese campione di incassi “Quasi amici” di Olivier Nakache ed Eric Toledano. E, infine, per tornare ai soli film che vanno agli Oscar con un palmares, troviamo `Barbara´ di Christian Petzold (Orso d’argento a Berlino 2012); “Beyond the Hills” di Cristian Mungiu, (premi per la sceneggiatura di Mungiu e le due attrici principali, Cosmina Stratan e Cristina Flutur a Cannes 2012). Non mancheranno le polemiche di chi vede questa scelta della commissione negativa per l’immagine dell’Italia all’estero. Bizzarro infatti essere stati in corsa con due film come appunto “Cesare deve morire” e “Reality” che hanno come protagonisti detenuti. Ma se i numeri contano qualche cosa, “Cesare deve morire” forse non a caso resta quest’anno il film italiano più venduto all’estero (73 paesi) e dal prossimo febbraio sarà distribuito anche negli Stati Uniti. Chissà, insomma, chi vincerà nella categoria miglior film straniero al Kodak Theatre di Los Angeles (Hollywood) domenica 24 febbraio. Angelo Barbagallo, Nicola Borrelli, Francesco Bruni, Martha Capello, Valerio De Paolis, Piera Detassis, Nicola Giuliano, Fulvio Lucisano e Paolo Mereghetti hanno creduto ai Taviani e speriamo abbiano ragione. 

 

Intanto da parte degli stessi Paolo e Vittorio Taviani, che hanno ricevuto la notizia della candidatura mentre erano in partenza proprio alla volta degli States, per partecipare appunto al Festival di New York la fiducia di affrontare una nuova sfida. «Siamo felici - hanno detto ed è solo l’inizio di un bel viaggio. C’è tanta strada da fare. La notizia che ci ha raggiunto è davvero un bel buon viaggio. I film che concorrevano erano film di autori importanti per il cinema italiano e non solo italiano. Comunque il gioco è appena cominciato». 

 

 

                                             

 

David: trionfano i superottantenni fratelli Taviani

Il Tempo - 5 maggio 2012

Netta e schiacciante ai David di Donatello la vittoria per «Cesare deve morire» dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che hanno dedicato il premio «ai nostri attori, detenuti di Rebibbia, protagonisti del loro film: hanno avuto la notizia di questo premio e sappiamo che erano tutti lì ad aspettare cosa sarebbe successo.

La vita può essere molto dura per loro e, proprio come dice un detenuto di "Cesare deve morire", l'arte può riscattare il dolore e dare la giusta coscienza. Il film nasce da un grande dolore di gente che ha avuto colpe e questo nostro film va incontro a questo dolore e diventa arte». Tra le lacrime dei Taviani, quasi inevitabile la standing ovation del pubblico dell'Auditorium della Conciliazione di Roma per le cinque statuette, su otto candidature, ricevute dai due fratelli, tutte per i riconoscimenti più importanti: miglior film, migliore regia, miglior produttore (Grazia Volpi per Kaos, con Stemal, Le Talee, La Ribalta e Rai Cinema), miglior montatore (Roberto Perpignani), migliori fonici (Benito Alchimede e Brando Mosca). Mentre i superfavoriti si sono dovuti accontentare.[…]

 

Emozioni firmate Taviani con i detenuti di Rebibbia


Il Mattino -  Valerio Caprara-  1° marzo 2012

Fresco dell’Orso d’oro di Berlino Cesare deve morire è un documentario mixato con la fiction che tramanda la versione del “Giulio Cesare” di Shakespeare messa in scena dai detenuti di un braccio di massima sicurezza. Si tratta, ovviamente, di un esperimento coraggioso, che i fratelli Taviani tengono in pugno grazie all’annuale laboratorio allestito da Fabio Cavalli dietro le mura e le sbarre di Rebibbia spezzando una forte lancia a favore del concetto rieducativo della pena. In questo senso il valore più alto sta nelle prestazioni dei particolari attori (tra cui quelli che hanno espiato e sono liberi e quelli condannati all’ergastolo), totalmente immedesimati nei ruoli e per questo capaci di trasmettere brividi inarrivabili per i routinier del palcoscenico. 
I Taviani riescono a cogliere la lacerante contraddizione tra le vite perdute e la sconvolgente adesione agli ideali di libertà e giustizia invocati dal Bruto di Shakespeare.


Shakespeare e i due fratelli 


Espresso - Alessandra Mammì - 3 marzo 2012

Il Giulio Cesare ambientato a Rebibbia, con attori ergastolani e tanti richiami all'attualità. Paolo e Vittorio Taviani raccontano la loro nuova sfida. Il film ha conquistato l'Orso d'Oro a Berlino 2012. Erano 21 anni che non vinceva un film italiano. I fratelli Taviani sono ironici e allegri. Profondi come tutte le persone che conoscono la leggerezza. E coraggiosi. Se non fossero coraggiosi avrebbero mai potuto girare un film nella sezione di massima sicurezza di un carcere (Rebibbia), con i detenuti condannati a "fine pena mai", destrutturando e ricostruendo il Giulio Cesare di Shakespeare? E se non fossero così allegri e travolgenti avrebbero potuto mai convincere il produttore (Grazia Volpi per Kaos Cinema), il direttore del carcere Carmelo Cantoni (un uomo eccezionale), i detenuti "fine pena mai" ("definizione terribile, era meglio ergastolo") a sostenere tanta impresa? 
A convincere i selezionatori di Berlino è stato proprio il film: Cesare deve morire, unico titolo italiano in concorso. Duro, forte, contemporaneo e classico. Inciso in un bianco e nero contrastato che non conosce i grigi. Come la messa in scena dove la domanda di fondo - "C'è giusta causa per un omicidio?" - viene pronunciata da uomini che l'omicidio lo conoscono. 
Più che Stanislavskij, qui c'è l'attore assoluto di Grotowski. E' un film estremo. Tenuto nella più pura forma classica dalle inquadrature pulite e quasi rinascimentali, mentre i detenuti recitano ognuno nel loro dialetto e di tanto in tanto improvvisano trasformando Cesare in un boss e Bruto in uomo d'onore dei nostri giorni. Opera sul carcere, sull'utopia, sul diverso, sul nostro presente.

 

 

L'oro dei Taviani Shakespeare in bianco e nero dietro le porte della galera

 

La Repubblica - 1 marzo 2012

 

ha vinto il massimo premio al festival di Berlino, e noi italiani molto contenti, tanto più che è da un bel po' che il nostro cinema viene ignorato, e non per spudorata cattiveria. Brontolii invece dai giornali tedeschi e si temeva che potessero avere ragione: per fortuna no, edè con gran sollievo che si può dichiarare che Cesare deve morire ci restituisce i grandi Taviani, vuoi con berretto o senza e comunque indistinguibili, Paolo e Vittorio, ottantenni tuttora coraggiosi e geniali. I due fratelli ci hanno dato opere meravigliose, entrate nella storia del cinema, negli anni in cui qui si pullulava di registi e attori grandiosi e chi li ha visti allora ed è tuttora vegeto, è stato fortunato: belli tutti, indimenticabili San Michele aveva un gallo, Allonsanfan, Padre padrone. [...]

 

Gli splendidi detenuti dei Taviani 


Espresso - Roberto Escobar - 09 febbraio 2012

Cesare deve morire è un film poetico e di grande potenza espressiva. La storia dei carcerati che recitano Shakespeare a Rebibbia è piena di umana passione.
Uno dopo l'altro si siedono, dicono il proprio nome e quelli del padre e della madre. Lo fanno prima con dolore e poi con rabbia, ma sempre immaginando d'essere interrogati a un posto di frontiera, mentre si separano dalla propria donna. Così, inducendoli a mostrare la loro verità profonda, Fabio Cavalli sceglie gli interpreti del "Giulio Cesare" in una sequenza di Cesare deve morire.
Da anni Cavalli fa teatro con i detenuti, e ora sta con loro davanti alla macchina da presa di Paolo e Vittorio Taviani. Insieme, i tre registi mettono in scena William Shakespeare nel reparto di alta sicurezza di Rebibbia: palcoscenico insolito, ma popolato dalle stesse ombre di potere e sangue che percorrono la tragedia. Non c'è pietismo, in questo splendido film, e ancora meno c'è la moralissima presunzione di superiorità che spesso vive nello sguardo che i "buoni" volgono sui "malvagi". Sono uomini, non criminali condannati, quelli che fra i corridoi e le celle del carcere si misurano con le passioni, la grandezza e la morte di altri uomini che il tempo ha ridotto a polvere, ma le cui storie tornano ben vive nelle emozioni del teatro e della parola poetica. 
Questo fanno Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Antonio) e gli altri, tutti bravi oltre ogni attesa: entrano in quelle emozioni, vivono quelle storie, diventano quegli uomini. E noi con loro. Non pesa la povertà della scena, né l'angustia dei luoghi. Anzi, la regia - sia teatrale, sia cinematografica - trasfigura l'una e l'altra in potenza espressiva e in immediatezza poetica. Chi sono questi uomini che vediamo ridare vita a passioni che hanno attraversato il tempo, e che ora sentiamo come nostre? E come fanno a scendere così nel fondo di quelle passioni? Perché quando congiurano per la libertà, o quando mostrano la tracotanza del potere, o quando uccidono e muoiono, a noi pare che non di una messa in scena si tratti, ma di una identificazione delle loro vite con le vite tragiche narrate da Shakespeare? 
Perché della vita conoscono le ombre e il buio, il dolore e la rabbia, e perché in Shakespeare trovano un riscatto poetico dalla loro stessa tragedia. Così ci viene da dire, ma subito ci arrestiamo.
Nella risposta c'è un residuo, forse l'unico, di pietismo e di presunzione. Preferiamo pensare che siano attori, ottimi attori, e che al pari di ogni attore ci mostrino una verità teatrale, tenendo celata la loro verità profonda.

 

Cesare condannato a morire in carcere

Il Tempo- Dino D’Isa- 12 Febbraio 2012

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I Taviani: Shakespeare a Rebibbia

Il Fatto Quotidiano- Annamaria Pasetti- 12 Febbraio 2012

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I Taviani applauditi a Berlino con il Giulio Cesare a Rebibbia

Il Messaggero – Walter Rauhe- 12 Febbraio 2012

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I Taviani sopra Berlino

L’Unità – Alberto Crespi – 12 Febbraio 2012

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Rebibbia, i detenuti-attori si raccontano dal palco

La Repubblica  - Sara Grattoggi – 13 marzo 2012

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Napolitano al cinema con Taviani e Moretti

Il Messaggero – Caludia Alì - 2 marzo 2012

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Grande Shakespeare chiuso a Rebibbia

L’Unità – Caludia Alì- 2 marzo 2012

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Il Cinema d’Autore italiano è ancora vivo?

Ciack - Alessandra De Luca – 1 marzo 2012

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